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La responsabilità amministrativa delle imprese può scattare al di fuori dei reati “presupposto” elencati dal 231?

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Scritto da Anna Guardavilla il 18/10/2011

Come noto, i reati ambientali sono stati recentemente introdotti all’interno del decreto 231 del 2001 nel novero dei reati c.d. “presupposto”, cioè l’elenco dei reati idonei a far scattare la responsabilità amministrativa delle “persone giuridiche” (cioè gli enti forniti di personalità giuridica, tra cui anche gli enti pubblici economici, e le società e associazioni anche prive di personalità giuridica).

La responsabilità amministrativa della persona giuridica è una responsabilità che si aggiunge a quella della persona fisica (es. a quella di un dirigente, di un datore di lavoro, di un preposto etc., condannato per il fatto reato) e che consegue concettualmente a quella su un presupposto di colpa organizzativa della società nel momento in cui quest’ultima non riesca a dimostrare di aver fatto tutto quello che il 231 prevede per “prevenire reati della specie di quello verificatosi”. 

Come noto, i reati ambientali sono stati recentemente introdotti all’interno del decreto 231 del 2001 nel novero dei reati c.d. “presupposto”, cioè l’elenco dei reati idonei a far scattare la responsabilità amministrativa delle “persone giuridiche” (cioè gli enti forniti di personalità giuridica, tra cui anche gli enti pubblici economici, e le società e associazioni anche prive di personalità giuridica).

La responsabilità amministrativa della persona giuridica è una responsabilità che si aggiunge a quella della persona fisica (es. a quella di un dirigente, di un datore di lavoro, di un preposto etc., condannato per il fatto reato) e che consegue concettualmente a quella su un presupposto di colpa organizzativa della società nel momento in cui quest’ultima non riesca a dimostrare di aver fatto tutto quello che il 231 prevede per “prevenire reati della specie di quello verificatosi”.

Aumenta quindi il novero dei reati “colposi” (cioè commessi con negligenza, imprudenza, imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline) che si vanno affiancando, dal 2007 in poi (cioè da quando la legge 123/2007, secondo una linea poi riconfermata l’anno dopo dal decreto 81/2008, ha introdotto i reati di salute e sicurezza sul lavoro nel decreto 231), ai reati di natura dolosa già previsti a partire dal 2001 nel decreto sulla responsabilità amministrativa.

Questo sta ponendo progressivamente, e a mio parere porrà sempre di più nel tempo, l’esigenza che l’interpretazione delle norme del 231, che sono state scritte avendo riguardo all’elenco dei reati dolosi che originariamente erano quelli previsti, sia adattata nel tempo alle caratteristiche del colposo. Come è avvenuto nella sentenza del Tribunale di Trani sul caso di Molfetta e in quella del Tribunale di Torino sul caso Thyssenkrupp per l’interpretazione del concetto di “interesse” o vantaggio” collegato al risparmio economico dato dalla mancata adozione di misure di prevenzione e protezione o per il concetto di confisca del prezzo o del profitto (v. in quest’ultimo caso la sentenza di Torino), analogamente si dovrà procedere per i concetti di “elusione fraudolenta”, “profitto di rilevante entità” etc., cioè ragionando in base alle categorie dei reati colposi.

I reati – dolosi e colposi – previsti dal 231 sono gli unici idonei a far scattare la responsabilità amministrativa? La risposta è sì; non ve ne possono essere altri, neanche se simili o assimilabili a quelli elencati da tale decreto.

Una recente sentenza della Cassazione (Cass. Pen. 22 settembre 2011 n. 34476) sottolinea infatti, come varie pronunce precedenti peraltro, che i reati c.d. “presupposto” ai fini del 231 sono “ipotesi tassativamente previste dal legislatore” nell’ambito di un “quadro contrassegnato dal principio di legalità” e che non è possibile applicare tale regime giuridico che interessa le società al di fuori del novero delle fattispecie elencate da tale decreto.

Per cui, prosegue la Corte, “qualora il reato commesso nell’interesse o a vantaggio di un ente non rientri tra quelli che fondano la responsabilità ex D.Lgs. n. 231 del 2001 di quest’ultimo, ma la relativa fattispecie ne contenga o ne assorba altra che invece è inserita nei cataloghi dei reati presupposto della stessa, non è possibile procedere alla scomposizione del reato complesso o di quello assorbente al fine di configurare la responsabilità della persona giuridica”.

Per fare un esempio nell’ambito della prevenzione sui luoghi di lavoro, sappiamo che in base all’art. 25-septies del D.Lgs. 231/01 la responsabilità amministrativa scatta a seguito di condanna di una persona fisica per i reati di lesioni personali colpose gravi o gravissime (art. 590 c. p. e art. 583) e di omicidio colposo (art. 589 c.p.) commessi con violazione di norme prevenzionali.
Ma non scatta a seguito ad esempio di omicidio doloso, incendio colposo, omissione dolosa di cautele antinfortunistiche (art. 437 c.p.), omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro etc., tutti reati che possono venire in essere nell’ambiente di lavoro.

Questo per il principio di tassatività che regola l’applicazione del D.Lgs. 231/01 e che impedisce che si possano ricomprendere concettualmente delle fattispecie che non fanno scattare il 231 in altre che lo fanno scattare o che si possa ragionare per analogia tra le ipotesi di reato pur collegate concettualmente tra loro. 


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