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Il Quotidiano della Sicurezza

Decimo anniversario incendio Thyssen, pietra angolare della giurisprudenza

Gioverà innanzitutto ricordare che, per la prima volta, a fronte di morti sul lavoro si assistette a un vero e proprio maxiprocesso, caratterizzato dalla costituzione di parte civile da parte di Comune, Provincia, Regione e Sindacati. Non invece dei parenti delle vittime; i quali avevano definito le proprie pretese risarcitorie direttamente con la stessa Thyssen prima ancora dell'inizio del dibattimento, ma ciononostante non mancarono di assicurare la propria costante e vivida presenza in ogni singola udienza del lunghissimo dibattimento di primo grado, divenendo apice di una massa di avvocati, giornalisti, periti e testimoni che diede vita per due anni e mezzo a una vicenda processuale per molti versi unica o quasi nel suo genere.

Venendo ad aspetti qui di maggior interesse, basta notare che lo stesso fenomeno si produsse sul piano giurisprudenziale. Per la prima volta, infatti, la pubblica accusa sostenne a carico del datore di lavoro la tesi dell'omicidio non colposo, bensì doloso illuminato da dolo eventuale. Particolarissimo scalpore produsse l'accoglimento, da parte della sentenza di primo grado di tale tesi; indi, nonostante quest'ultima sia stata ribaltata in appello e non più accolta in Cassazione, si produsse un fenomeno che in questa sede si può definire importante e curioso.

Tale sentenza della suprema Corte (Cass. pen. Sez. Unite, ud. 24 aprile 2014, dep. 18 settembre 2014, n. 38343) viene infatti continuamente citata nelle sentenze della Sezione IV della medesima Cassazione che si occupano di infortuni sul lavoro. Essa, nonostante abbia cristallizzato il rovesciamento della tesi del dolo eventuale, è divenuta autentico paradigma dei criteri di responsabilità del datore di lavoro e del modo in cui essi quasi sempre escludono il concorso di colpa da parte del lavoratore che sia stato vittima di un infortunio sul lavoro.

Si tratta, in altre parole, della teoria secondo cui il datore di lavoro non deve solo tracciare e governare il corretto comportamento antinfortunistico del lavoratore, ma deve altresì prevedere la possibilità che egli non si attenga alle relative disposizioni. Indi, i frequentissimi infortuni addebitabili in punto di fatto a una negligenza del lavoratore pur sempre fondano la responsabilità penale del datore di lavoro, salvo i rarissimi casi in cui se ne possa provare l'abnormità e l'esorbitanza rispetto alle disposizioni impartite al lavoratore stesso.

Da tre anni e mezzo a questa parte, le sentenze della Suprema Corte non hanno fatto che confermare e cristallizzare tale orientamento: che appare severissimo, ma che è sempre stato modellato dai giudici tenendo concretamente conto del possibile concorso di colpa del lavoratore, che non è quindi mai divenuto un tabù. Se è vero che una simile ricetta giurisprudenziale non ha come unico ingrediente la sentenza Thyssen, è anche vero che basta leggere le sentenze in questione per capire quanto quest'ultima sia pietra angolare dell'attuale giurisprudenza in materia di infortuni sul lavoro.


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