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Il Quotidiano della Sicurezza

Morti sul lavoro: appello di Mattarella, dati 2017 in controtendenza

Dopo la morte di due operai, caduti da una gru a Lucca mentre montavano le luminarie per una festa pubblica, di un operaio travolto da un bancale nel bergamasco e di due operai cinesi del settore tessile nel pratese (tutti nel giro di pochi giorni) il Presidente della Repubblica ha preso ferma posizione: «Il nostro Paese – afferma il Capo dello Stato – non può rassegnarsi a subire morti sul lavoro. È indispensabile che le norme sulla sicurezza nel lavoro vengano rispettate con scrupolo e i controlli devono essere attenti e rigorosi». Breve e sintetica la nota del Colle, che in due righe sintetizza il nocciolo del problema. Problema che, però è stato letto in questi giorni in maniere differenti, solo apparentemente contraddittorie tra di loro.

Dati INAIL alla mano, si constata infatti che nei primi sette mesi del 2017 i decessi conseguenti a infortuni sul lavoro sono aumentati:i 591, contro i 562 dei primi sette mesi del 2016. Un +5,2% che in sé denoterebbe una preoccupante controtendenza rispetto al periodo precedente: il raffronto tra l'intero 2015 e l'intero 2016 aveva infatti fatto registrare un confortante –14% nel numero dei sinistri mortali, con un fisiologico margine di incertezza legato alle istruttorie ancora in corso.

Per approfondire

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In realtà, di tale inversione di tendenza sono state offerte altre possibili letture. Si è infatti osservato che simile tendenza potrebbe essere dovuta anche al calo della disoccupazione: in altre parole, all'aver più gente che lavora e che quindi può farsi male. Tesi che ha trovato terreno particolarmente fertile, visto che i sinistri in questione – e i relativi commenti – hanno avuto luogo negli stessi giorni del forum Ambrosetti di Cernobbio, nel quale molto si è insistito sul fatto che la crisi economica degli anni scorsi sia ormai tecnicamente terminata. Tale spiegazione in un simile contesto ha indubbiamente un che di apologetico, vista la connotazione prevalentemente datoriale delle opinioni rimbalzate da Villa d'Este.

Ciò chiarito, non è qui che vanno ricercate le corrette letture del fenomeno. Occorrerebbe infatti, in realtà, proiettare i relativi agli infortuni sui dati relativi alla forza di lavoro effettivamente impiegata. Ma un simile calcolo risulta di fatto impossibile: basti pensare che della copertura INAIL godono anche i lavoratori illegali, dei quali sarebbe un po' difficile aver conto nelle statistiche ufficiali sull'occupazione.

Molto più semplicemente, il dato in questione deve essere letto alla luce dell'autentica natura dei sinistri in questione, più della metà dei quali (nel 2016 il 52%) sono in realtà “in itinere”: incidenti stradali verificatisi mentre il lavoratore andava al lavoro, o dal lavoro faceva ritorno.

Fin qui – si dirà – nulla di nuovo: il fatto che ci sia più gente al lavoro significa anche che c'è più gente che va e che viene. Senonché, la qualificabilità di un singolo sinistro stradale come “in itinere” è spesso oggetto di contenzioso. Non a caso, i dati di cui sopra – come già notato – tengono conto del margine di incertezza legato alle istruttorie ancora in corso: un margine che può ampiamente riassorbire la variazione superficialmente strombazzata in questi giorni.

La verità, ancora più semplicemente, è un'altra. Quasi due morti al giorno sul lavoro in Italia sono e saranno sempre troppi, indipendentemente dall'auspicabile fine della crisi economica.


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